Je me souviens (1)

Diana

Io mi ricordo “Giochi senza Frontiere” visto alla tv, d’estate.
Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri. La televisione girata sulla finestra, e noi seduti in giardino al fresco notturno.
L’anguria mangiata tifando Italia.

View original post

Lascia un commento

Archiviato in Je me souviens

Tenerezza

Mi piace credere
che a volte mi pensi
come capita a me,
che a tratti ti manco e
che se non ci sei è solo
perché non puoi.
Che ti appartiene
lo stesso desiderio,
che il tempo che ci divide
a volte è un tormento
a volte nostalgia,
un dipinto fatto di noi.
Che la notte a volte ti manco,
che appartengo ad un sogno,
che se nulla avviene
è solo perché non puoi.
Mi piace credere
che un giorno ti rivedrò
guardandoti negli occhi,
trovando un po’ di me.
Che comprenderai
il posto che occupi
e l’immenso che sei.
Mi piacere credere
che un giorno
mi vedrai veramente
per quella che sono
con difetti e pregi.
E con la voglia di abbracciarmi
mi stringerai a te guardandomi
con gli occhi e con l’anima
di chi un po’ mi ama.

Silvana Stremiz

2 commenti

Archiviato in I Maestri

Lella Costa

O troppo alta, o troppo bassa
Le dici magra, si sente grassa
Son tutte bionde, lei è corvina
Vanno le brune, diventa albina
Troppo educata, piaccion volgari
Troppo scosciata per le comari
Sei troppo colta preparata
Intelligente, qualificata
Il maschio è fragile, non lo umiliare
Se sei più brava non lo ostentare
Sei solo bella ma non sai far niente
Guarda che oggi l’uomo è esigente
L’aspetto fisico più non gli basta
Cita Alberoni e butta la pasta
Troppi labbroni non vanno più
Troppo quel seno, buttalo giù
Bianca la pelle, che sia di luna
Se non ti abbronzi, non sei nessuna
L’estate prossima con il cotone
Tornan di moda i fianchi a pallone
Ma per l’inverno la moda detta
Ci voglion forme da scolaretta
Piedi piccini, occhi cangianti
Seni minuscoli, anzi giganti
Alice assaggia, pilucca, tracanna
Prima è due metri, poi è una spanna
Alice pensa, poi si arrabatta
Niente da fare, è sempre inadatta
Alice morde, rosicchia, divora
Ma non si arrende, ci prova ancora
Alice piange, trangugia, digiuna
È tutte noi, è se stessa, è nessuna.

— Lella Costa

1 Commento

Archiviato in I Maestri, Libri e recensioni

Diana (atelier)

$_12Diana era convinta di essere alta.  Lo diceva la sua carta d’identità.
Dai tempi della scuola, nessuno l’aveva più misurata, tranne l’impiegato dell’anagrafe, confrontandola con un’ asta graduata attaccata al muro prima di darle la carta d’identità.
“Un metro e settantadue!” Aveva detto, e un metro e settantadue era comparso sul documento, assieme alla data di nascita, l’indirizzo e alla foto, che uscita grama dalla macchina fotografica, la faceva assomigliare ad un mafioso di inizio secolo scorso.
Centosettantadue centimetri sono una bella altezza per una donna, e anche se sei grassa, non è importante, perché lo dicono anche i vecchi che altezza è mezza bellezza!
Per questo, quando l’infermiera Anna le chiese altezza e peso, non ebbe esitazione nel rispondere alla prima domanda. Per il peso era altra faccenda.  Diana con voce vergognosa, le sussurrò che la pesapersone di casa segnava centoquaranta.
Per un attimo le parve di esser tornata a scuola.
La bilancia era identica a quella dell’ambulatorio medico scolastico, col peso da spostare su una ghiera numerata finché le due piccole frecce indicatrici non si allineavano. Dalla base della pedana nera, partiva un’asta graduata con una specie di calzascarpe in metallo che veniva appoggiato sulla testa e serviva a segnalare l’altezza del paziente.
Ogni anno, quando il medico scolastico, un signore pelato con una montatura di occhiali spessa un dito e candido camice d’ordinanza chiamava la classe per la visita medica, Diana pregava di scomparire.
Il dottore li metteva in fila, uno ad uno, in ordine alfabetico, li pesava e li misurava per poi enunciare ad altissima voce, visto mai che qualcuno non sentisse, il peso dello studente di turno.
Quando toccava a Diana, che a causa del cognome, veniva pesata per terza, la classe aveva di che deriderla per almeno due settimane.
“Cicciabomba cannoniere fai la cacca nel bicchiere…”
All’inizio piangeva, andava a casa, si buttava sul letto con fare teatrale e piangeva meditando vendetta, fino ad addormentarsi.
Col tempo, cicciabomba aveva imparato a farsi scivolare addosso la cattiveria, facendo marcire il cuore un po’ alla volta. Si anestetizzava con libri, musica, fantasia. Inventava mondi dove solo lei era protagonista principale.
Ed ora eccola li, davanti al maledetto strumento di tortura, lo stargate che la riportava ai brutti momenti passati.
Diana  si sfilò le scarpe, che mezzo chilo è sempre un bel dire, e fissò seria il dito indice dell’infermiera che spostava veloce il peso sulla ghiera. Cento, cento dieci, cento venti. Il dito a piccoli scatti faceva scivolare il pesetto sempre più in là alla ricerca dell’equilibrio perfetto tra i due indicatori.
Poi la misurazione dell’altezza. Il calzascarpe in metallo le planò sulla testa.
“Dottore, la signora è centocinquantatré per un metro e sessantanove”.
Diana diventò cianotica.
Ma come? Centocinquantatré chili?
E la bilancia di casa? Mentirle in quella maniera? Illuderla di essere alta e morbida? Ma soprattutto dove erano finiti ben tre centimetri?
Diana non se ne capacitava. Non solo pesava quanto un piccolo bue, ma era poco più alta di un nano in gesso!
Altro che altezza mezza bellezza!
E poi com’è che quando la pesavano, tutti si sentivano in dovere di urlare il suo peso ad alta voce? Ma che era un comizio in piazza? “Italiani tutti! Il peso di cicciabomba cannoniere è centocinquantatré!”
Anna le sorrise nuovamente.  Diana  non ricambiò. Le avrebbe anche sussurrato un vaffanculo, ma non era colpa dell’infermiera se la realtà dei fatti era così impietosa.
Scese dalla bilancia, si rimise le scarpe e si sedette davanti al medico.
Si fissarono per qualche istante.
Quando il chirurgo riprese a parlare, lo fece con un tono gentile, gli occhi chiari e limpidi fissi sullo sguardo scuro e triste di Diana.
Le spiegò cosa stava succedendo, quali malattie avrebbe incontrato con l’andare del tempo, che genere di qualità di vita le si stava presentando davanti.
Nessuno sorrideva più nella stanza, forse perché centocinquanta chili sono davvero un’enormità, un po’ perché il dottore non le faceva sconti dicendole in faccia che stava lentamente uccidendo sé stessa e doveva prenderne atto. Con voce gentile e ferma, il medico le tese una mano. Le propose di cambiare vita definitivamente.
Un intervento. Un’operazione che le avrebbe ridotto lo stomaco.
Un rischio grosso. Ma sempre meglio che una vita da disabile.
Quelle parole la presero a schiaffi. Disabile, malata, diabetica. Parole spaventose, che da ipotetiche, lontane, relegate ad una vecchiaia dove potevano sembrare plausibili, diventavano, man mano che venivano enunciate, reali, fisiche, si avvicinavano veloci.
In quell’istante le venne chiesto di cambiare. Di smettere quel volontario suicidio alimentare.
Certo il rischio era alto: “gli obesi sono persone delicate”, le disse il medico, “hanno il cuore compromesso”.
“E se muoio durante l’operazione?” Chiese Diana al Professore.
Parlarono a lungo dei pro e dei contro. Delle paure di lei, delle apprensioni di lui.
Parlarono della vita di Diana, della reale possibilità di rinascere.
Lei scelse di vivere. Scelse di cambiare. Scelse di fidarsi.
E cambiò. Perdendo metà del suo peso.
Ma quei dannati tre centimetri non ricomparvero mai più.

3 commenti

Archiviato in Atelier della Scrittura

L’uomo giusto

Ci sono caratteristiche fondamentali che un uomo deve possedere per essere quello giusto.
La voce per esempio. Deve essere calma, profonda, coinvolta.
Le mani gentili, lo sguardo libero e diretto.
L’uomo che deve aprirti la pancia e cambiare la tua vita di grande obesa, deve essere una bella persona.
Paolo lo è. Ha occhi chiari, luminosi, che ti fissano con la gentilezza di un padre innamorato di una figlia complicata.
Ha una bella voce. Scandisce le parole in modo chiaro, senza fretta, senza particolare inflessione dialettale.
Aspetta paziente le tue domande e i tuoi tempi. Non è importante se fuori della porta c’è un universo che si agita nell’attesa. Lui è lì per te. Lenta come solo tu sai essere, con il tuo corpo deforme, stanco, affaticato da tanti chili e tante guerre.
“Gli obesi, sono persone delicate”.
Lo dice guardandomi negli occhi, sorridendo senza scherno.
Nessuno mi ha mai definita delicata. Lui si. Ed è credibile.
Anzi no. E’ incredibile che esista una persona che lo pensi veramente.
“Non tutti i medici sono persone delicate” gli rispondo a mia volta.
Vorrebbe essere un complimento. E lui lo prende come tale. Lo so perché il suo sguardo rimane diretto, privo di esitazioni.

Che dice Diana, la pesiamo?”
Non stacca mai lo sguardo dal mio viso. Ho l’impressione che mi legga nella testa, che sappia esattamente a cosa sto pensando. Sa che mi vergogno.
Ha visto tante donne come me, conosce ogni singola emozione che tentiamo di nascondere mentre fissiamo il tavolo ricolmo di documenti.
Si alza dalla sedia, aggira la scrivania, posando una mano sulla spalla dell’infermiera invitandola a rimanere seduta.
Viene lui con me alla bilancia.
“Si tolga le scarpe” dice.
Io eseguo diligente, temendo che la tensione mi abbia fatto sudare i piedi.
Mi porge la mano, come si fa con una dama d’altro tempo, e mi aiuta a salire.
I centimetri che guadagno salendo sulla pedana, ancora non mi permettono di fissarlo in linea retta.
Il suo dito sposta il pesetto sulla ghiera graduata, alla ricerca dell’equilibrio perfetto tra due indicatori.
Sposta anche il misuratore dell’altezza facendolo planare sulla mia testa.
Sul suo viso passa un’ombra di preoccupazione che si specchia sulla mia faccia.
La sua mano si protende nuovamente verso di me. Mi aiuta a scendere. Ed io accetto con gratitudine quel gesto galante.
“Lei è una candidata ideale Diana”.
Non lo sento, sto combattendo con la vergogna, con la paura, con la sconfitta.
“Lei è una candidata ideale…”
Il suo tono ora è serio, anche la parlata si è fatta più tecnica.
Usa parole importanti, pesanti, me le tira addosso.
Diabete, cancro, disabilità. Ogni parola è un pugno sonoro.

Ogni parola, è una sentenza.
Mi accorgo che porta la fede nuziale.
Penso che sua moglie è una donna fortunata.
Non lo ascolto più. Non c’è niente in quello che mi sta dicendo che voglio ascoltare.

Le sue mani disegnano l’aria. Ricordano una lezione di teoria e solfeggio.
Do do do re mi re do mi re re do.
“Diana ora dica lei…”
Paolo sa che ho paura. La sente.
“Va bene Professore, mi dica cosa devo fare” – rispondo con tristezza.
Rieccolo il sorriso. Riecco il padre che sorride alla figlia complicata. Riecco l’uomo giusto.
E’ come quando ti innamori. Lo senti nella pancia che è lui.

Lascia un commento

Archiviato in Corso Lepri

22 consigli di scrittura di Stephen King

1 – Non guardare la televisione. Piuttosto leggi il più possibile.
2 – Preparati per più fallimenti e rifiuti di quanti credi di poter sopportare.
3 – Non perdere tempo a cercare di compiacere le persone.
4 – Scrivi prima di tutto per te stesso
5 – Affronta le cose più difficili da scrivere.
6 – Quando scrivi, disconettiti dal resto del mondo.
7 – Non essere pretenzioso.
8 – Evita gli avverbi e i paragrafi troppo lunghi.
9 – Non farti prendere troppo dalla grammatica.
10 – Padroneggia l’arte della descrizione.
11 – Non dare troppe informazioni sul passato della storia.
12 – Racconta di ciò che le persone fanno DAVVERO
13 – Corri dei rischi.
14 – Convinciti che non servono droghe per essere un bravo scrittore.
15 – Non cercare di rubare la voce di qualcun altro.
16 – Prendi atto che la scrittura è anche una forma di telepatia.
17 – Prendi sul serio la tua scrittura.
18 – Scrivi ogni giorno.
19 – Finisci la tua prima bozza in tre mesi.
20 – Quando hai finito di scrivere, fai un grande passo indietro.
21 – Abbi il coraggio di tagliare.
22 – Resta sposato, curati della tua salute e conduci una bella vita.

10551014_835876446423767_3753088643777807893_n

1 Commento

Archiviato in I Maestri

Il valore delle virgole…

10553403_575595825890487_3749152348234346727_n

1 Commento

11 luglio 2014 · 11:54 am